Ma il bello è che questi “servizi di pirateria” funzionano in abbonamento, il che implica che un gran numero di utenti paga un costo annuale per mantenere attivo il certificato; altrimenti, è necessario ri-autorizzarlo ogni due settimane o giù di lì. Inoltre, offrono versioni “VIP” delle app che, a loro dire, sono “più stabili di quelle originali.” Una scelta poco saggia, e per almeno tre valide ragioni:

  • 1. Questo tipo di servizio non è ufficiale, e può esistere solo forzando le regole dei certificati Enterprise. Il che implica che Apple può revocare il certificato e smantellare tutto in un istante. E infatti questo è quel che è accaduto nelle scorse ore. Fine della pacchia.
  • 2. Gli utenti stanno installando certificati di entità di cui non sanno nulla, autorizzando costoro a fare qualunque cosa sui propri dispositivi, sui propri dati. Privacy letteralmente buttata nel wc.
  • 3. Non c’è modo di sapere che cosa faccia un’app modificata; senza il controllo a monte di Cupertino, in pratica, è un atto di fede.

Ma c’è un problema. Non appena Apple ha chiuso i rubinetti agli sviluppatori pirati, altri servizi analoghi sono spuntanti immediatamente sul Web come funghi. La pirateria, in altre parole e almeno per il momento, batte la mela in velocità.